Settanta volte sette. Non è finito il settantasette

Luca Casarini, mente creativa dell’autonomia padovana recente, ha scritto che lui nel ’77 aveva solo dieci anni ed oggi proprio la certezza che il mondo in cui viviamo non è l’unico possibile, non gli permette di guardare agli anni settanta in maniera dogmatica. Quindi rifiuta la divisione storiografica tra “buoni e cattivi”, cara a certi settori della sinistra, e ribadisce la necessità, anzi l’urgenza, che gli esuli tornino e i detenuti politici vengano liberati… dalle leggi o dalla storia. Io che invece nel ’77 avevo solo sei anni, sono comunque d’accordo con Luca. Quando penso al ’77 mi viene in mente la Grecia di Pericle, ma so che l’epilogo di quella stagione somiglia alla scena finale del film “Cassandra Crossing”: un treno attraversa un ponte pericolante, il ponte crolla, il treno precipita, cadaveri e sopravvissuti vanno alla deriva in un fiume gelido.
Mio fratello se la faceva con gli indiani metropolitani, fascetta rossa in testa e tanta ironia. Ricordo che mi portava ogni anno alle feste de L’Unità. Odore di salsicce, musica ed allegria. Io mi divertivo come un bambino… ah già: io ero un bambino. Eppure se oggi penso al P.C.I. degli anni settanta mi vien da vomitare. Mi fa schifo quasi quanto Calogero, Cossiga ed Andreotti. Nonostante le certezze su chi fossero i nemici del movimento, nel parlarne mi sento insicuro. Per questo motivo, quando nel mese scorso, al centro sociale “Filo Rosso”, hanno presentato un libro dal titolo “Settantasette”, sono andato ad Arcavacata con il blocchetto degli appunti. Il relatore era Lanfranco Caminiti: autore, insieme ad altri protagonisti di quegli anni, del libro pubblicato da “Castelvecchi”. Lanfranco è stato arrestato nel 1978, accusato di appartenere all’organizzazione “Primi Fuochi di Guerriglia”. Su “La Mappa Perduta”, edito da “Sensibili alle Foglie”, è scritto che “i militanti di questo raggruppamento sono particolarmente interessati a riproporre l’irrisolto storico della questione meridionale nella prospettiva della centralità del mediterraneo”. Durante il suo intervento Caminiti ha ricostruito il quadro storico complessivo in cui si agitava il movimento del ’77, che non concepiva più il territorio come semplice luogo della dialettica tra consenso, conflitto e controllo, ma puntava alla sua trasformazione immediata attraverso meccanismi di autogoverno e democrazia diretta. Un movimento che non era composto più da un soggetto “produttivo”, ma “territoriale”, perché i mutamenti avvenuti nel modello di produzione avevano generato e scatenato una figura sociale nuova, non riconducibile al vecchio “operaio massa”. Il settantasette superava l’antica dicotomia tra riformisti e rivoluzionari, perché i suoi figli rinnegavano le organizzazioni istituzionali della sinistra, rifiutavano l’arcaica idea della presa del “palazzo d’Inverno” e contemporaneamente esprimevano una radicalità incline all’uso della violenza. “Il palazzo d’Inverno – ha detto Caminiti – non va conquistato, ma dobbiamo costruirne uno nostro, autonomo”. Il ’77 rimane “conflitto aperto”. Molte delle sue intuizioni sono oggi di estrema attualità. E le pratiche, le istanze, i comportamenti di quel movimento, tranne alcune eccezioni, non sono passati nell’uso comune e non sono dunque diventati “istituzione”.
Tuttavia alcuni caratteri hanno vinto. Caminiti pensa al femminismo e al fatto che si è rivelato come un’autentica rivoluzione: “….una ragazza di 16 anni attuale è diversa da quella di venti anni fa”.
Io non ce la faccio a raccontarvi tutto quello che ha detto in due ore. Vi rimando al libro che vale la pena di leggere, e al cd-rom omonimo, reperibile in edicola. Mi interessa riflettere sull’attualità del ’77. Forte è il legame con il movimento (?) dei centri sociali, “camere del lavoro degli anni novanta”. Io di “lavoro”, nei nostri spazi liberati ne ho visto tanto…. spesso sprecato. Scusatemi il pessimismo, ma sono convinto che i luoghi autogestiti, per troppo tempo, siano stati infestati da gente incapace di vivere un’aggregazione sociale. Giapponesi, personaggi ossessionati dall’imminenza di eventi apocalittici, persone che non sanno nemmeno dove stia di casa la tolleranza e che per atteggiamenti e costumi somigliano ai peggiori topi di partito. Troppe Cassandre, incapaci di cogliere la bellezza del vivere comunitario. Tanta gente è stata privata della parola da showmen degni del peggiore Pippo Baudo, che farebbero bene a chiudersi per un po’ in un convento ed imparare le buone maniere, prima di varcare la soglia di uno spazio liberato.
Ecco, i Centri Sociali, lampi di materia luminosa nel buio dello Spettacolo, devono fare i conti con la realtà oggettiva e con ostacoli provenienti dalla storia. Esistono limiti soggettivi che si annidano nello spessore umano di chi li frequenta. Una volta un assessore ha accusato noi militanti del C.S.A. di leggere e studiare poco. Fu messo in croce. L’altro giorno si parlava del ritorno in Italia di Negri… qualcuno ha risposto: “Ma Marco Negri non lo avevano ceduto ad una squadra scozzese?”.
Claudio Dionesalvi
Teatro Rendano, n° 10   1997

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